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ALCIONIO, PIETRO (Code: )

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ALCIONIO, PIETRO

Petri Alcyonii Medices legatus de exsilio. Venezia: in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri mense Novembri 1522.

In-4° (220x135 mm), [70] c. le carte 39 e 40 bianche, carattere corsivo, ancora aldina al frontespizio e al verso dell’ultima carta. Legatura settecentesca in marocchino rosso, i piatti inquadrati da una duplice cornice di dentelles dorate, al centro grande stemma di Marco Foscarini con putti alati a sorreggere la corona, dorso a 5 nervi riccamente ornato in oro con titolo su tassello, tagli dorati. Provenienza: Marco Foscarini, marchese Gerolamo d’Adda (ex libris), Charles Fairfax Murray (ex libris). Ottimo esemplare impreziosito da una superba legatura, molto marginoso, la parte superiore del frontespizio è stata rimarginata, qualche lievissima fioritura.

Prima edizione di quest’opera di evidente impronta ciceroniana, in cui Pietro Alcionio (Venezia 1487 - Roma 1527) immagina un dialogo avvenuto nel 1512 fra il cardinale Giovanni de’ Medici, futuro Leone X, allora legato pontificio a Firenze (da cui il titolo dell’opera), Giulio de’Medici anch’egli divenuto in seguito pontefice col nome di Clemente VII e Lorenzo de’ Medici. L’opera, dedicata all’arcivescovo di Capua, Nicola Schönberg, allora esiliato a Firenze, sviluppa mediante una serie di esempi tratti specialmente dall’antichità classica il tema dell’esilio e della sua opportunità, oltre ad affrontare un più ampio discorso sulla grandezza d’animo necessaria per far fronte alle avversità della fortuna. Circa vent’anni dopo la morte, Pietro Alcionio fu, a causa di quest’opera, al centro di una violenta accusa di plagio che, alimentata soprattutto dalla disistima che ancora circondava il suo nome, ebbe a durare per quasi due secoli. Prima Paolo Giovio nei suoi Elogia veris clarorum virorum… del 1546 e poi Paolo Manuzio nel Commentarium in Ciceronis Epistolas ad Atticum del 1547, accusarono Alcionio di aver modellato il suo De exilio sul De gloria di Cicerone – oggi perduto – che sarebbe stato poi distrutto proprio al fine di tutelarsi da una possibile accusa di plagio. Paolo Manuzio è molto preciso al riguardo: “… Bernardo Giustiniani nell’Indice de’suoi libri registra Cicerone De gloria. Avendo questi lasciata per legato tutta la sua Biblioteca a un Monastero di Monache, questo libro, cercato poscia con gran diligenza, non si poté mai rinvenire. Tutti ebbero per fermo, che Pietro Alcionio (a cui, essendo egli loro Medico, permettevano le Monache di ricercare la loro Biblioteca) l’avesse scaltramente involato. E certamente nella sua Operetta dell’Esilio alcune cose si incontrano, che sembrano non già dell’Alcionio ma di qualche più valente Scrittore”. (Paolo Manuzio, op. cit. L. XV Epist. XXVII). Solo all’inizio del XVIII secolo l’accusa di plagio verrà abbandonata: prima J.B. Mencke e poi Apostolo Zeno sono concordi nel respingere l’accusa; lo stesso Tiraboschi che nella Storia della letteratura italiana dedica ampio spazio alla ricostruzione dell’intera vicenda, è assolutamente reciso nell’escludere il plagio ricordando che, se effettivamente un personaggio di grande cultura come il Giustiniani avesse posseduto un codice del De gloria, avrebbe senz’altro provveduto a farlo stampare sapendo quanto l’opera fosse rara. Inoltre tutta la vicenda del plagio, nata quando l’Alcionio era già morto da vent’anni, sembra al Tiraboschi oltremodo pretestuosa e basata soprattutto su inimicizie personali.

Renouard 95, 6; Adams A 633.


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