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DIONE DI PRUSA, detto CRISOSTOMO (Code: )

DIONE DI PRUSA, detto CRISOSTOMO

Dionis Chrisostomi Prusensis philosophi ad Ilienses Ilii captivitatem non fuisse. Cremona: Bernardino de Misintis e Cesare di Parma, 22 luglio 1492.

In 4° (193x144 mm), [19] c., manca la prima bianca. Collazione: a-b8; c6. (a1 bianca, a2r lettera dedicatoria di Francesco Filelfo a Leonardo Aretino, a3v testo, c3v lettera di Nicolò Lucaro a Borsio Cavitello, c4r colophon). Colophon: Ingeniosissimi & Diligentis chalcographi Bernardini de misintis Papiensi / opera: una cum Cesare Parmense Dion Chrisostomus Pru / sensis in lucem elegans:splendens: & integre: rediit Cremone Impres- / sus: Anno ab incarnatione sacralissime virginis. 1492. undecimo Ka- / lendas Augustas. Carattere romano (80R), testo su 34-38 linee, un’iniziale istoriata su 10 linee. Legatura ottocentesca in mezza pergamena con doppio tassello al dorso. Ottimo esemplare, uno strappo restaurato nel margine interno della carta a7.

Prima traduzione latina ad opera di Francesco Filelfo della celebre orazione in cui Dione Crisostomo dimostra, grazie alla sua erudizione e alle sue spiccate doti dialettiche, che quanto Omero e la tradizione da lui derivata ci tramandano in merito alla presa di Troia, non corrisponde al vero. Dione usa una tecnica retorica ben precisa, quella della recusatio, per la rielaborazione di un testo poetico, al fine di trasmettere un chiaro messaggio politico; in piena età imperiale, appariva più conveniente contestare una fine cruenta del conflitto fra Greci e Troiani quale ci è tramandata dalle fonti antiche e sottolineare, contrariamente alla tradizione, un esito concordato delle ostilità quasi a sottintendere, in perfetta sintonia con l’idea della pax romana, un processo di coesione fra il mondo orientale e quello ellenico e occidentale. L’orazione, volta a dimostrare che Troia non cadde in mano ai Greci e quindi che i Troiani furono i veri vincitori del conflitto, è divisa in tre parti: la prima è tutta incentrata sull’evidenziazione di errori e omissioni commessi da Omero nella ricostruzione storica della guerra di Troia; la seconda verte sulla figura di Elena che non sarebbe stata rapita bensì regolarmente sposata con Paride, mentre nella terza parte Dione, dopo aver sottoposto il testo omerico ad una critica serrata, dimostra come la superiorità dei Troiani abbia condotto questi ultimi alla vittoria. L’orazione si conclude con l’asserzione che la guerra di Troia finì con la stipula di un trattato di pace fra i contendenti che salvaguardò i diritti degli uni e degli altri e che, terminata la guerra, alcuni dei capi troiani, Enea in primis, furono inviati a fondare colonie in Occidente. La società fra il pavese Bernardino de Misintis e Cesare da Parma che, in precedenza aveva collaborato con Bernardino Celerio, iniziò ad operare a Brescia all’inizio del 1492 utilizzando dei caratteri tipografici ottenuti dai fratelli Angelo e Jacopo de Britannicis. Dopo aver stampato tre soli libri i due tipografi si trasferirono a Cremona; qui, nel breve volgere di quindici mesi, stamparono circa otto opere prima di sciogliere la società. Bernardino de Misintis fece quindi ritorno a Brescia dove operò fino al 1502 mentre Cesare da Parma, rimasto a Cremona, collaborò con Rafainus Ungaronus fra il 1494 e il 1496.

IGI 3448; GW 8370;BMC VII, 956; Dione di Prusa,Troiano, or. XI, edizione critica, traduzione e commento a cura di G. Vagnone, Roma 2003.


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